
Rushmore è il secondo
lungometraggio Wes Anderson, che già da
questa pellicola evidenzia i temi e le caratteristiche che esploderanno nei
suoi seguenti lavori e che lo proietteranno nel gotha di Hollywood: il
conflitto fra adolescenti svegli e capricciosi e adulti immaturi e
irresponsabili che si ritroverà ne I Tenenbaum (2001) e in Moonrise Kingdom –
Una fuga d’amore (2012) è un tratto caratteristico già presente in Rushmore. È un
mondo delle fiabe quello costruito da Anderson, in cui sono assenti persone
cattive e malvagie e ogni attimo è ricoperto da un leggero velo di ironica
malinconia e tristezza. Anderson dimostra di essere già regista sapiente e
lavora su ogni inquadratura, composta quasi come fosse un dipinto o, più in
linea con i tempi che corrono, una foto di Instagram super filtrata, e sfrutta
appieno il potere della musica servendosi delle note di John Lennon e Cat
Stevens fra gli altri.
Insomma, Rushmore è puro Wes
Anderson ante litteram, tappa essenziale per i cultori del regista texano, ma
90 minuti di sbadigli per chi è in cerca di emozioni forti.
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