
È incredibile come nello stesso
tempo ci affezioniamo a Harris e ci disinteressiamo della sua vita; Il salto è, come dice il sottotitolo, un’elegia
per un amico, improntato però a motivi di confessione autobiografica. Sarah
Manguso in questo centinaio di pagine si apre completamente al lettore, si spoglia
e racconta attimi privatissimi della sua vita. La scrittrice si dimostra, per
alcuni trascorsi, molto vicina a Harris e proprio per questo riesce con
lucidità e distacco a trattare il tema del suicidio. Nelle sue parole non c’è
rabbia o odio nei confronti di Harris per ciò che ha fatto; c’è dolore profondo
per la mancanza, e c’è soprattutto una riflessione sulla perdita accompagnata
dalla ricerca del senso della vita di chi resta, di chi continua.
Sono pagine struggenti in cui
però è lampante l’incomunicabilità del dolore. La gioia è maggiore se
condivisa; ecco, il dolore probabilmente no. Non esiste modo per accedere e
scomporre il dolore di una persona, soprattutto quello della perdita. Con le
parole si possono fare tante cose, anche tenere in vita e fissare nella memoria
collettiva le vite di chi non c’è più. Il
salto prova a rendere comprensibile il dolore; nelle sue struggenti e
rassegnate parole la Manguso riesce ad avere l’empatia del lettore. Sono però
solo brevi momenti destinati a finire presto, perché per quanto possa essere
evocativa la parola scritta sul foglio bianco, non lo sarà mai come un sorriso
di una persona, la sua voce, un suo abbraccio.
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