martedì 29 novembre 2016

Film - Natale di sangue (1984) di Charles E. Sellier Jr.



La vita del piccolo Billy viene sconvolta quando, la vigilia di Natale del 1971, un criminale travestito da Babbo Natale uccide i suoi genitori. Nell’orfanotrofio in cui viene destinato è vittima di continue e severe punizioni dalla Madre Superiora, minandone così la personalità.
Diventato adulto, Billy trova lavoro in un negozio di giocattoli. L’arrivo delle festività natalizie e la ricomparsa del costume di Babbo Natale scateneranno la follia e la rabbia repressa del povero Billy.
Arriva un periodo dell’anno, alla fine di novembre, in cui lo spirito natalizio si impossessa di noi e guida ogni nostra azione. Alberi, addobbi, regali: è l’aria di festa che ci contagia. Anche il cinema si è sempre adattato a questo trend, ma sarebbe inutile star qui a parlare di film come Mamma ho perso l’aereo, Una poltrona per due e Jack Frost. Sono colonne portanti della nostra vita e esulano da qualsiasi discorso.
Ecco allora che l’arrivo del Natale può essere motivo di riscoperta di qualche altra pellicola, magari più weird, ma comunque attinente con le festività. Natale di sangue è esattamente questo. Uscito nel 1984, quando la commedia statunitense andava a gonfie vele, Natale di sangue è uno slasher in piena regola, film delirante e sconvolgente per gli stomaci deboli, caratterizzato da un sottile erotismo e da tanto, tantissimo sangue in salsa splatter. Il film non ha le pretese di essere più di quello che è; è una sequenza di crudi omicidi, impepati da una critica velata e tipica di questi film a basso costo nei confronti del clero e del capitalismo. Non il massimo della fantasia, ma comunque un prodotto “diverso” rispetto alle favole di cui siamo ingozzati rigorosamente non oltre il 6 gennaio.

lunedì 28 novembre 2016

Film - Miss Peregrine - La casa dei bambini speciali (2016) di Tim Burton



Basandosi sui racconti fantastici del nonno misteriosamente ucciso, Jake (Asa Butterfield) si ritrova nella Casa per bambini speciali di Miss Peregrine (Eva Green), su un isolotto del Galles. Qui conosce i vari abitanti della villa, tutti dotati di speciali “peculiarità”. Stimolato dal nuovo ambiente, Jake conoscerà più a fondo se stesso e aiuterà i nuovi amici a sconfiggere una pericolosa minaccia.
Tim Burton si conferma regista unico nella creazione di universi fantastici e gotici, e soprattutto nella rappresentazione allegorica della solitudine, incarnata da creature bizzarre e stravaganti. Questo Miss Peregrine è pieno zeppo di quegli stilemi che caratterizzano e hanno caratterizzato gran parte della filmografia del regista californiano. Ma purtroppo Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali è poco altro e ha il difetto di assomigliare troppo alle copie sporche e sbiadite di Harry Potter, Le cronache di Narnia e La fabbrica di cioccolato.
Sembra tutto già visto e conosciuto; Miss Peregrine è una cozzaglia di sequenze ipercinetiche, cinema fantasy per un pubblico young adult che però ormai è abituato a questo tipo di immagini e non può rimanerne stupito o affascinato. Il film paga una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti e una scrittura dei personaggi messa assieme alla bell’e meglio, con il risultato che Asa Butterfield è un protagonista noioso e per nulla empatico e Samuel L. Jackson è il villain di turno che fatica a ritagliarsi il suo spazio.
Il film può stare in piedi solo al nome del regista che compare sul cartellone, quel Tim Burton che aggiunge una pietra al suo palazzo in costruzione da ormai più di trent’anni, con la speranza però che Miss Peregrine non ne sia una parete portante.

domenica 27 novembre 2016

Film - Elle (2016) di Paul Verhoeven



Michèle (Isabelle Huppert), donna forte e in carriera, viene aggredita e stuprata in casa sua. Rinuncia però a denunciare l’accaduto alla polizia e intraprende invece un’indagine personale che la porta a rielaborare e riscoprire le proprie pulsioni in bilico fra desiderio e violenza.
Paul Verhoeven a 78 anni torna a miscelare quella sessualità e quella violenza che già si erano viste nei suoi precedenti lavori, Basic Instinct in primis. Il personaggio interpretato magistralmente da Isabelle Huppert ci appare subito come la vittima: stesa a terra, violentata e con i vestiti strappati, Michèle è l’incarnazione della violenza sul corpo femminile.
Succede però che Michèle è una donna divorziata, dispotica sul lavoro; ha una giocosa relazione con il marito della sua migliore amica, e nel frattempo flirta anche con il vicino di casa. Ha un rapporto turbolento con il figlio che sta per avere un bambino e un pessimo rapporto con la madre che si sta per risposare, e soprattutto è figlia di un uomo che 40 anni prima ha ucciso 27 bambini in un atto di follia.
Michèle non può più essere vista come la vittima: è un personaggio ambiguo, le cui ragioni e perversioni sfuggono a una logica lineare. Michèle è una donna spinta dalla lussuria. Una lussuria che la porta ad accettare uno stupro subito e soprattutto che la spinge a mantenere un comportamento fatto di eccessi, nel lavoro e nel privato.
Elle dimostra di essere il nuovo tentativo (riuscito) di Verhoeven di rappresentare l’inscindibilità  tra violenza e sessualità, staccandosi dai discorsi freudiani e abbracciando una sottile ironia che permette al film di scardinare le convenzioni dei generi cinematografici (e sessuali) e sconvolgere le aspettative del pubblico.

venerdì 25 novembre 2016

Libro - La fine della strada di Joseph O'Connor



Dublino, 1994. Il poliziotto Martin Aitken e l’americana Ellen si incontrano la notte di Natale. Entrambi cercano di fuggire dalle festività natalizie e da un’esistenza infelice. Lui è divorziato e sta ancora elaborando il lutto per la morte del piccolo figlio; lei ha un tumore al pancreas in stato avanzato, è fuggita dal proprio marito (a cui ha chiesto il divorzio) e dai figli, ed è giunta in Irlanda per cercare la sua madre naturale, che l’ha abbandonata quando era neonata. Insieme i due cercheranno di mettere ordine nelle proprie vite.
Se c’è una cosa che tutto il mondo dovrebbe imparare dalla narrativa irlandese contemporanea è la capacità di trasmettere l’amore verso la propria patria, la propria storia e soprattutto la propria cultura e il proprio folklore. La fine della strada è la storia di un viaggio spirituale, fisico e storico che trasporta il lettore all’interno della psiche dei protagonisti, delle loro vite e delle loro vicende famigliari. O’Connor ha quella capacità di cogliere il quotidiano e restituirlo sulla pagina bianca, magari ricordando in certi passaggi il Franzen de Le correzioni, utilizzando sempre uno stile proprio fatto di energia, rabbia e soprattutto dolcezza e ironia.
Quell’ironia che a tratti è debordante e grottesca, ma che O’Connor riesce a incanalare nella stessa e amara direzione presa dagli eventi narrati, portando anche il lettore a un coinvolgimento totale della vicenda.
La fine della strada è un romanzo intrinsecamente irlandese, una pinta di Guinness bevuta in Temple Bar, con il suo sapore corposo e avvolgente, ma con quella punta di amaro che rende a storpiare e rendere unica ogni sorsata.

giovedì 24 novembre 2016

Film - The Help (2011) di Tate Taylor



Jackson, Mississippi. Primi anni Sessanta. Appena laureatasi, Skeeter (Emma Stone) trova impiego presso un giornale rispondendo alla posta delle casalinghe. Il razzismo imperante nel profondo sud degli Stati Uniti combinato alla sua voglia di scrivere e al suo talento la spingono a raccontare la vita delle persone bianche vista dagli occhi dei neri. Per farlo chiede aiuto a due cameriere di famiglie bianche, Aibileen (Viola Davis) e Minny (Octavia Spencer). Le loro memorie, trasformate in libro da Skeeter, saranno in grado di smuovere le coscienze della popolazione.
The Help esce nel 2011 e anticipa quella tendenza che pare essere diventata moda a Hollywood: Django Unchained è del 2012, 12 anni schiavo del 2013 e Selma – La strada per la libertà è del 2014. Ognuno di questi film, a modo suo, racconta il razzismo che regnava (e regna purtroppo) in diverse zone degli Stati Uniti fin dai tempi dell’indipendenza.
The Help è il racconto, tutto al femminile, della violenza psicologica subita dai neri d’America, vittime di soprusi mascherati da carità e solidarietà religiosa. Non c’è violenza fisica nel film: il razzismo di The Help è un vero e proprio stillicidio fatto di piccoli torti, divieti e torture psicologiche. The Help è la dimostrazione di quanto Hollywood sia sensibile a un problema tanto passato quanto attuale, e evidenzia tutta quella rabbia repressa che si può cogliere negli occhi di Viola Davis e Octavia Spencer, volti perfetti per questo film che trasuda black culture e musica gospel, ed è un perfetto esempio di come l’immagine (quella del film stesso) e la parola (quella del libro scritto dalle protagoniste) siano veicoli di meritato riscatto sociale.