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mercoledì 8 febbraio 2017

Film - Jackie (2016) di Pablo Larraín



La figura Jacqueline Kennedy, che nel suo tailleur rosa imbrattato di sangue, presenzia al giuramento dl Lyndon B. Johnson poche ore dopo l’assassinio del marito è una delle immagini più terribili e iconiche del secondo dopoguerra americano. Jackie caparbia nel voler apparire in pubblico fin dai primissimi minuti dopo l’omicidio si staglia nell’immaginario collettivo occidentale come figura femminile di enorme coraggio e contegno, un esempio per tutti.
Jackie, primo film americano del regista cileno Pablo Larraín, è la ricostruzione del travaglio interiore vissuto dalla first lady nei giorni seguenti al brutale omicidio del marito a Dallas.
Una settimana dopo la vicenda, Jackie (Natalie Portman) decide di incontrare a Hyannis Port, Massachusetts, tenuta estiva della famiglia, Theodore H. White, giornalista di Life. L’intento è quello di costruire un racconto eterno che possa innalzare la figura di JFK e della moglie nell’olimpo degli immortali.
Pablo Larraín, in collaborazione con lo sceneggiatore Noah Oppenheim, riesce nel tentativo di riscrivere le regole del biopic classico hollywoodiano. Jackie è un concentrato di avvenimenti che non seguono alcuna linea temporale e che soprattutto miscelano la verità, quella del documento televisivo e del filmato originale, e la menzogna. Una menzogna volontaria, una pseudologia cosciente quella messa in piedi dalla moglie del Presidente, persona distrutta dal lutto e dalla perdita, ma soprattutto dalla paura di essere dimenticata, di perdere tutto e di cadere nell’oblio come James A. Garfield e William McKinley, anonimi Presidenti assassinati ben prima di Kennedy. La genialità di Larraín sta proprio qui: la verità pura non può mai essere raggiunta, ma può esistere solo attraverso la mediazione di un punto di vista, di una fonte. Il regista cileno rifiuta quindi l’esatta costruzione storica degli eventi più volte affrontata dal cinema e dalla pubblicistica in prodotti di variabile qualità.
La macchina da presa segue per tutta (ma proprio tutta) la durata del film Jackie, interpretata da Natalie Portaman che stanislavskijanamente contiene e sopprime il dolore della perdita. Jackie non è e non vuole essere l’elaborazione del lutto, ma la messa in scena dell’umanità di una donna, nascostasi per anni dietro la sua immagine pubblica, nel tentativo di rimanere aggrappata alle proprie certezze, ai propri ambienti e ai propri averi. La Casa Bianca, mai così sfarzosa e elegante al cinema è la Camelot della donna, il terreno su cui costruire e architettare la propria immortalità. Una serie di stanze enormi e luminose, un tempo sfarzose ma oggi vuote e silenziose, enucleazione dell’incertezza e della paura che rendono tutti noi inesorabilmente animali indifesi.