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martedì 7 marzo 2017

Film - Autopsy (2016) di André Øvredal



Grantham, piccola cittadina dello stato della Virginia. Sul luogo di un duplice omicidio, la polizia rinviene anche un cadavere di una ragazza. Non sapendo il nome della donna, la polizia la chiama Jane Doe (John Doe è, per il mondo anglosassone, ciò che Mario Rossi è per noi italiani). Il suo corpo giunge all’obitorio, dove Tommy Tilden (Brian Cox) e suo figlio Austin (Emile Hirsch) vengono incaricati di eseguire l’autopsia per stabilire le cause della morte.
Il cadavere della ragazza presenta polsi e caviglie fratturati, occhi grigi e lingua recisa, ma nessun segno evidente di violenza e ecchimosi. E allora chi o che cosa l’ha uccisa?
Autopsy, primo lungometraggio in lingua inglese del norvegese André Øvredal, è un horror da camera ambientato all’interno di un obitorio, luogo perfetto per mantenere costantemente elevata la tensione. Brian Cox e Emile Hirsch sono i soli protagonisti del film, capaci di caricarsi il peso della pellicola sulle spalle, riuscendo, grazie anche a dinamiche famigliari previste da una sceneggiatura intelligente e compatta, a palesare la paranoia e la psicosi che permettono l’immedesimazione del pubblico.
Il paranoid horror del regista norvegese, inoltre, ha il merito di esplorare la carne umana del corpo di Jane Doe (l’inerte Olwen Catherine Kelly) con un’attitudine inquieta e inquietante, cercando con ostinazione la mostruosità nelle viscere umane.  In Autopsy esplode quella pulsione a vedere l’impossibile in primissimo piano, senza tagli o mezze misure, in cui il corpo umano si fa magnete che inesorabilmente calamita l’attenzione dello spettatore. La genialità di  Øvredal sta però nel prendere le distanze da quel torture porn molto in voga dieci anni fa, e soprattutto, contenendo le sfumature splatter, nell’allontanarsi anche da una matrice d’exploitation molto in voga, anche in Italia, tra gli anni Settanta e Ottanta. Autopsy riesce a mischiare il thriller, l’horror paranoico, il sangue (limitato, ma comunque presente) e il soprannaturale, in un ambiente chiuso e piccolo, un obitorio che si trasforma in una casa degli orrori dal sapore gotico.
Autopsy è un riuscitissimo pastiche, un’operazione che dimostra che il genere horror è vivo e funziona, nonostante la sua natura borderline che lo pone ai margini dell’industria cinematografica americana e mondiale, e che al tempo stesso lascia estrema libertà agli addetti ai lavori.